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Fantozzi e lo sport
Eccomi. Non ero morto. Eccesso di pigrizia per aggiornare in maniera decente il blog. Ma vediamo di rimediare.
Da dove comincio? Dal mio fantozziano lungo a piedi di giovedì scorso, non c'è dubbio.
Dopo il campionato italiano di triathlon lungo di Candia, andato meglio del previsto, ho avuto grossi problemi di recupero, anche per via delle giornate insolitamente calde. Gambe pesanti, spossatezza, pochissima voglia. Nelle settimane successive per due volte (le prime da oltre un anno) ho interrotto un allenamento per troppa stanchezza. Ma su questo magari scriverò un'altra volta.
Veniamo al lungo. Già rimandato una volta, era stato fissato per il giorno dopo l'olimpico di Pietra Ligure. Improponibile. Così decido di farlo giovedì sera a Torino, soluzione anche logisticamente più facile della campagna. Piste ciclabili, fontanelle. Esco dal lavoro un po' più tardi di quanto avrei voluto per via di qualche casino, ma sono risoluto ad allenarmi.
Devo correre 35 km. Un altro rinvio mi butterebbe l'umore sotto i tacchi.
Mi preparo, prendo una barretta e un gel (tutto quello che ho in casa) e parto. Abito in via san Domenico, per cui taglio per Porta Palazzo e arrivo sul lungo Dora. Parco della Colletta, ponte della Barca, ponte delle cento lire, lungo Po. Mi sento bene. Viaggio più o meno a 5' al km, in lieve e progressivo peggioramento. Dopo dieci chilometri viaggio a 5'10" e mi stabilizzo. Ponte della Gran Madre. Punto verso il Valentino. Seguo il percorso classico lungo il Po fino alla fontanella all'altezza del BIT. Corro da quasi 100 minuti. Decido di tornare per la stessa strada. So che se facessi un'andata e ritorno nel Valentino avrei un cedimento e tornerei a casa prima. Devo spingermi lontano da casa altrimenti la tentazione di finire prima del tempo e tornare a casa sarà troppo forte.
Il ragionamento è sensato, ma la mia scarsa lucidità mi induce a sbagliare clamorosamente i calcoli, come vedremo. La velocità è calata. Ho fame, e non ho quasi più niente da mangiare. Maledetto vizio di prendere poca roba (o di avere poca roba in casa, che è lo stesso). Non imparerò mai. Avverto chiaramente l'effetto benefico del cibo e altrettanto chiaramente lo sento svanire velocemente. E quando sono vuoto corro male, sforzo i muscoli e arrivano i dolori. Tutte cose che a Candia, sforzandomi di mangiare continuamente, non erano successe.
Inizia la parte seria dell'allenamento. Tutto quello che è successo prima è solo il preludio, l'introduzione. Arrivo al trentesimo. Al trentaduesimo. Al trentatreesimo. Sono di nuovo nel parco della Colletta. È notte. Mi dico che tutto sommato sto reggendo piuttosto bene.
Trentaquattresimo. Eccoci. Come si dice, faccio il botto. Impiego sette minuti a fare l'ultimo chilometro. Parlo da solo, non ho più forze, sto per piangere. Ma ho fatto i miei 35 km.
A quel punto mi rendo conto che ho sbagliato i conti, sono a quasi 5 km da casa e troppo debole per pensare di correre. Devo camminare. Mi ci vorrà oltre un'ora. Arrivo in casa che sono le 23:25. Il Quadrilatero è pieno di gente fuori dai locali. Qualcuno mi guarda come fossi un marziano.
Ciliegina sulla torta. Il frigo è vuoto e il mio kebabbaro di fiducia sta chiudendo. Mi rassegno a mangiare una montagna di spaghetti conditi con l'olio. Alle quattro mi sveglio per la fame.
Onestamente non so se sia stato un allenamento utile. So che ha scatenato pensieri contrapposti. Sono riuscito a farlo nonostante stia attraversando un periodo di stanchezza. E questo è bene. Ma ho finito strisciando, con un crollo improvviso. E questo mi preoccupa.
Mancano 26 giorni.
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