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Una settimana con James
La settimana scorsa ho ospitato a casa mia James Mckerricher, conosciuto durante il Tour d'Afrique. Era il cuoco della spedizione, che ogni giorno riusciva non solo a sfamarci ma a cucinare cibi molto interessanti con le poche attrezzature della sua cucina da campo e con quello che riusciva a trovare nei mercati e dai venditori che incontrava lungo il percorso (e siamo stati in posti veramente remoti...). Ho assaggiato fantastiche insalate di pomodori, cipolla, mango, avocado. Ricordo uno spezzatino con fichi secchi e arachidi (il suo commento quando gli ho ricordato quel piatto è stato: "in effetti ho dovuto ingegnarmi un po', per rendere interessante la carne che ero riuscito a trovare quel giorno...").
James è canadese e d'estate lavora come guida in kayak in mare. Adesso è in viaggio attraverso l'Europa dai primi di ottobre e si sta avvicinando lentamente al Cairo, dove è atteso ai primi di gennaio 2010 per la prossima edizione del Tour d'Afrique. Abbiamo trascorso anche un giorno in campagna, dove ha assaggiato i ravioli del plin (anche qualche cucchiaiata al vino!). Mi sono divertito a fargli conoscere qualche aspetto di Torino (anche se i miei orari di lavoro e i suoi margini di spesa limitati non ci hanno permesso di esagerare più che tanto...).
Parlare di James mi fa ripensare al TDA e in generale all'atteggiamento rispetto al cibo in situazioni diciamo pure estreme e disagiate. James ogni giorno doveva affrontare la sfida di trovare sufficienti alimenti per nutrire una sessantina di persone. I camion di supporto non disponevano del frigo e quindi non poteva affidarsi a scorte particolarmente cospicue. Quasi ogni giorno doveva improvvisare. Ovviamente ci è capitato di mangiare melanzane per giorni di fila, ma era tutto quello che si riusciva a trovare. Praticamente mai nessuno si è lamentato. Anzi, quasi tutti a fine pasto si complimentavano con il cuoco per le acrobazie che riusciva a fare.
Nella mia mente scatta un inevitabile confronto con quello che accadeva ogni giorno durante il trekking in Nepal. In quel caso la nostra piccola spedizione (una decina di persone) non aveva un proprio cuoco, ma le condizioni in cui si trovavano a operare i cuochi dei lodge in cui alloggiavamo erano altrettanto disagiate. A 5000 metri di quota non cresce proprio nulla e tutto quello che mangi viene portato sulle schiene dei portatori. Ebbene, alcuni di noi (tutti italiani) pur essendo alpinisti non di primo pelo, sono stati capaci di lamentarsi dal primo all'ultimo giorno per il fatto che non c'erano gli spaghetti come li mangiavano a casa loro, o perché la zuppa di lenticchie puzzava di cipolla, o d'aglio, o chissà che altro.
Che differenza, dal "grazie per il pranzo, James" detto da tutti noi a fine pasto (anche se magari la carne dello spezzatino era un po' dura o la minestra di porri non figura nei nostri piatti preferiti).
Forse questo è uno dei tanti motivi per cui io ero l'unico italiano del Tour d'Afrique...
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